Capitolo 34
Piangere il prenda con le buone la sconfitta di giorno, E, attento del mio il proprio appezzamento di terreno, fra Le gemme ed addolorandosi alberi il mio outpour della querela, Quelli dolci devono appassire tuttavia sì di volontà Serale sopporti. Ma Natura abile, immagini ingannare Dal suo disastro che, ahimè! è il mio, Offerte alla fronte in sfilata raggiante Un oste che aduna cui incarnadine delle pompe I trofei affievoliti del giorno morente, E, affinché non io fallisco prima ordine così coraggioso, Lei adorna le nubi quiete dove pausa di voglie Con barlume traslucido e dolce e colore fondente Corteggiare il mio swooning sente con incantesimo più molle Di garofano felice e blu di hyacinthine. * * * * * "Vita", detto il Rajah, "è il più equo di fiori, e la sua bellezza e la fragranza è per lui chi strappa." "Strappi", sighed uno per trovarlo si appassiscono nella sua presa." Detto il Rajah, fare la giustizia alla vita uno deve dimenticare morte." "Dimenticanza può essere desiderabile", disse un altro, "ma come lo sia raggiunto? Come neghi il tiranno che a ciascune richieste di tramonto il suo tributo quote di sonno, ed avvolge il mio vassallo che è in oblio ottuso?" "Da paure malato-condizionate", rispose il Rajah, "uomini invitano cattivi. A lui chi desidera il conforto di compagnia spettrale gli spettri aduni, un fantasma in ogni ombra, e con lui faccia la loro dimora. Colui che paure già sono superate. All'uomo che vivrebbe devono essere nessuno morte. Per me, io amo il roseo, mentre abbondando presente; a-domani è col dei, ed io per uno", lui aggiunse ridendo, non "sarà colpevole di un furto empio anticipando i loro regali." "Vita", detto un inglese, "è una battaglia-campo dove è la vittoria il coraggioso. Alla mia mente lo sforzo dopo che dimenticanza non è meno inquietando che la paura che Lei eviterebbe. Morte, poteva noi ma crede esso, è semplice e naturale come Vita." Ma questo che lui ha detto, non intelligente quello
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